Lavoro minorile: in India sono 55 milioni i bambini sfruttati

“Contro lo sfruttamento minorile le armi da utilizzare sono educazione e istruzione per operare un vero cambiamento culturale”: è questo il pensiero di Lenin Raghuvanshi, direttore del Comitato di Vigilanza Popolare sui Diritti Umani (PVCHR) di Varanasi, in India, intervistato da AsiaNews in occasione dell’odierna Giornata mondiale contro il lavoro minorile. Nel Paese, riferisce l’attivista indiano insignito nel 2007 del prestigioso premio Gwangju per i diritti umani, ci sono circa 55 milioni di bambini in condizione di semi-schiavitù, soprattutto fra le caste più basse della società, come Dalit e tribali, completamente escluse dal sistema scolastico nazionale. “Molti di questi minori – racconta Raghuvanshi – non hanno ancora 5 anni e rischiano la vita per salari da fame che spesso servono a pagare i debiti contratti dai loro genitori. Fanno i fabbricanti di sigarette o di fuochi d’artificio, i minatori, i pescatori, i braccianti agricoli nelle piantagioni di the, oppure i domestici”. Un altro dramma irrisolto, secondo il direttore di PVCHR, è il traffico dei minori, il loro sfruttamento nella prostituzione e l’obbligo a mendicare per i mutilati, ma c’è anche la questione femminile: le bambine devono aiutare le madri nelle faccende di casa e badare ai fratelli più piccoli, il tutto a discapito dell’educazione scolastica. “È un diritto fondamentale – prosegue – e il governo sta approntando una riforma che inserirà l’obbligo all’istruzione primaria fino a 14 anni, in accordo con quanto previsto dall’articolo 21 della Costituzione indiana”. Nel 2004 Lenin Raghuvanshi ha inoltre avviato un progetto sperimentale, il “Jan Mitra Gaon”, che consiste nell’adozione di tre villaggi rurali con l’obiettivo di eliminare il lavoro forzato, costruirvi scuole, obbligare agli studi anche le bambine, diffondendo così un’educazione alternativa a quella tradizionale.

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