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ATTENTATO IN LIBANO: UCCISO UN MILITARE ITALIANO, ALTRI 4 FERITI. UNO È GRAVISSIMO

ESTERI (Beirut) – Un militare italiano della missione Unifil in Libano è rimasto ucciso e un altro è in gravissime condizioni in seguito a un attacco contro i mezzi dell’Onu. Sono rimasti feriti anche altri quattro soldati italiani e, secondo il sito di al-Manar, tv vicina al movimento sciita Hezbollah, anche due civili libanesi. L’attentato è stato provocato dall’esplosione di una bomba presso Sidone, a circa 40 km a sud di Beirut, che ha fatto saltare in aria il veicolo sul quale viaggiavano i militari italiani. L’ordigno era stato nascosto dietro la barriera di cemento armato sul ciglio della superstrada Sidone-Beirut. Il convoglio era composto da quattro veicoli e la deflagrazione ha colpito l’ultima.

I soldati italiani sono in Libano dal settembre 2006 nell’ambito della missione Leonte, che fa parte dell’intervento Onu denominato Unifil. L’Italia partecipa alla missione internazionale con un contingente di 1.780 militari. Il 10 maggio c’era stato il passaggio di consegne nel settore ovest della missione Unifil fra la brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli e la brigata meccanizzata Aosta. Al quartier generale del contingente italiano, base Millevoi, si era svolto l’avvicendamento tra i comandanti delle due brigate, i generali Guglielmo Miglietta e Gualtiero Mario De Cicco. Per la brigata Aosta, stanziata in Sicilia, si tratta della prima missione in Libano, dopo varie missioni svolte negli anni passati nei Balcani.

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LA VITA CONSACRATA TORNA MISSIONARIA IN EUROPA PER RISVEGLIARE LA BELLEZZA DELLA FEDE CRISTIANA

ROMA – L’Europa è il continente più segnato dalla storia dalla vita consacrata, ma anche la terra dove la fede cristiana, i religiosi e le religiose oggi per il loro futuro vivono le maggiori sfide della società secolare e dove si sente l’esigenza di una testimonianza cristiana di qualità. Per questo l’Unione dei superiori generali (Usg) che riunisce la quasi totalità degli ordini e delle congregazioni religiose maschili, nel corso del 2010 ha dedicato due assemblee per ridisegnare la presenza e la missione della vita consacrata nel vecchio continente. Una verifica che sarà sigillata venerdì 26 novembre nell’incontro con Benedetto XVI.

La vita consacrata, dopo attenta analisi, sta decidendo d’assumere in Europa l’impegno per una profezia evangelica che risvegli davanti alla mente e al cuore della gente la bellezza della fede cristiana e della vita donata a Dio. Più del mantenimento delle opere che nel passato hanno fatto la gloria dei religiosi – si è ripetuto nell’assemblea di maggio e, oggi, nei lavori di apertura dell’attuale assemblea – ora si devono rivitalizzare i carismi delle origini che hanno contribuito a plasmare anche il volto cristiano dell’Europa. Un continente in affanno dentro le sfide della globalizzazione e le fatiche dell’unione e perciò bisognoso anche dell’aiuto della vita consacrata per ritrovare se stesso e guardare con fiducia il futuro dell’integrazione. A differenza dell’Europa – ha ricordato aprendo l’assemblea il rettore maggiore dei salesiani, don Pascual Chávez Villanueva, presidente dell’Usg – in altre zone del mondo la vita consacrata “sta conoscendo una crescita e uno sviluppo inimmaginabili”. Una lettura “più serena e profonda dei dati e della realtà odierna ci dice che i religiosi in verità sono stati i primi a capire il fenomeno della globalizzazione e le sue conseguenze, a denunciare il suo volto inumano e quindi a schierarsi a favore degli esclusi. Crediamo che, anche se i religiosi tornano alle cifre di prima del secolo XIX, la vita consacrata non sparirà mai. E non parlo in modo generico della vita consacrata, ma anche dei religiosi nella diversità degli istituti secondo i carismi specifici. Essi sono, oggi come ieri, una riserva dell’umanità. E oggi come ieri la chiave di rinnovamento sarà sempre il ritorno a Cristo come prima missione per essere testimoni di Dio nel mondo, la formazione di comunità umanamente attraenti, socialmente rilevanti, vocazionalmente feconde, e la collocazione nelle frontiere sociali, geografiche e culturali della missione, lì dove ci attendono gli uomini e donne più bisognosi”.

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AMERICA/STATI UNITI – I Vescovi criticano la legge sull’immigrazione: “crea una sottoclasse di lavoratori senza diritti”

Washington (Agenzia Fides) – Mons. John Wester, Vescovo di Salt Lake City e Presidente del Comitato sulle Migrazioni della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti (USCCB), e Mons. Jaime Soto, Vescovo Coadiutore di Sacramento e Presidente del Consiglio Direttivo del Catholic Legale Immigration Network (CLINIC), hanno inviato una lettera al Segretario della Sicurezza Interna (Homeland Security), Michael Chertoff, esprimendo la preoccupazione dei Vescovi americani sulla legge per l’immigrazione e per l’intensificazione delle attività di controllo del servizio per l’Immigrazione e le Dogane (ICE, Immigration and Customs Enforcement), e dei protocolli seguiti per tali azioni.
“La decisione di proibire agli immigrati sprovvisti di documenti di ricevere rimborsi per le loro imposte fa risaltare l’ingiustizia del nostro sistema di immigrazione. Infatti questi lavoratori pagano imposte e contribuiscono alla nostra economia”. Tale impostazione rivela inoltre, secondo i Vescovi, “l’ipocrisia delle nostre leggi. Da una parte, il governo cerca di rimpatriarli e, dall’altra riscuote le imposte da loro versate”. È un sistema che “crea una sottoclasse di lavoratori senza diritti”. Per questo “non dovremmo accettare il frutto del loro lavoro nel momento in cui neghiamo loro la protezione delle nostre leggi. Il Congresso deve intervenire per ovviare a questa frattura realizzando una riforma sulle immigrazioni più ampia”.
I Vescovi aggiungono che sebbene la ICE abbia emesso recentemente una serie di orientamenti su come bisogna agire in caso di retate, “questi non rispondono a ciò che è più necessario”. Urge da parte delle autorità adottare protocolli addizionali come: evitare di realizzare retate in o nei pressi di alcune aree quali chiese, ospedali, scuole, centri comunitari di salute ed altre organizzazioni comunitarie che offrono servizi sociali; sospendere gli arresti di immigrati in caso di catastrofi naturali o dovute all’uomo; liberare, dopo una retata, quanti hanno la responsabilità primaria di curare i membri della loro famiglia come i bambini, gli anziani e gli malati, affinché non rimangano abbandonati; attivare dei meccanismi che consentano di localizzare i familiari detenuti a seguito degli arresti.

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ASIA/CINA – Famiglia, società, formazione dei ragazzi: i temi principali del corso di formazione alla fede nella diocesi di Tai Yuan

Tai Yuan (Agenzia Fides) – “Questa è la terza fiaccola evangelizzatrice della Cattedrale di Tai Yuan per celebrare l’Anno Paolino”. Così i responsabile della diocesi definiscono il Corso di formazione alla fede svoltosi a gennaio. Sono stati oltre 150 i fedeli che hanno partecipato al corso organizzato dalla Cattedrale della diocesi di Tai Yuan. Famiglia e Fede, Società e Fede, la formazione dei ragazzi: questi sono stati i temi principali trattati dai tre sacerdoti relatori. Inoltre hanno anche affrontato il tema della “Spiritualità e Fede”; “Mass media sociali ed Evangelizzazione”; “La società in armonia e la Chiesa in armonia”. All’inizio del Corso c’erano soltanto una ottantina di persona, ma con il tempo tanti altri fedeli hanno partecipato spontaneamente, così alla fine sono arrivati ad essere il doppio, oltre 150, compresi tanti catecumeni che si preparano al Battesimo nella prossima Pasqua. Prima del Corso la stessa diocesi ha organizzato anche due incontri di scambio tra le parrocchie sui temi dell’evangelizzazione, per prepararsi a celebrare l’Anno Paolino

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FILIPPINE – “La pace è possibile nelle Filippine Sud ” : la voce di un missionario

FILIPPINE – “La pace è possibile nelle Filippine Sud ” : la voce di un missionarioJolo (Agenzia Fides) – Dopo l’assassinio di un confratello, parlare di pace e riconciliazione può sembrare difficile: Ma nelle Filippine Sud i missionari continuano ad annunciare e predicare il Vangelo dell’amore e della misericordia, anche nelle situazioni più tese, complicate, violente. P. Jose Ante, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, in un messaggio giunto a Fides, ha lanciato un appello accorato alla pacificazione nell’isola di Jolo e nelle Sulu, dopo la morte di p. Reynaldo Roda, ucciso nell’arcipelago di Tawi-tawi (vedi Fides 16/1/2008).
P. Ante ha vissuto a Jolo per diversi anni e ne conosce l’humus sociale, culturale e religioso. Le sua parole sul dialogo e sulla riconciliazione hanno un’efficacia su tutta la popolazione: “Il nostro sogno per Jolo è la non-violenza, cosicché ognun possa adorare Dio in spirito e verità. Penso alla descrizione del profeta Isaia: i popoli e le nazioni ‘forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’ (Is 2,4-5)”. Ma prima di tutto, nota il missionario “è necessario fare il passo di rendere Dio il Signore della propria vita; poi occorre gettare ponti fra persone di fedi differenti, fra i ricchi e i poveri, fra il governo e la società civile, fra i ribelli e l’esercito. In altre parole, si deve iniziare il dialogo e proseguire sulla strada del riavvicinamento. Solo con un costante lavoro in tal senso la pace può diventare realtà”.
E’, questo, un impegno che unisce la comunità cristiana e quella musulmana: “Ho visto un gruppo di persone tausug (etnia locale di religione musulmana) – continua p. Ante – imprenditori di successo e professionisti, che hanno scelto di lavorare per lo sviluppo e il progresso della popolazione nelle Sulu. E’ un buon segno. Vogliono costruire una società pacifica in cui a nessuno manchino i beni di prima necessità ma neppure l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la corrente elettrica, la possibilità di esprimere la propria cultura e religione”. Secondo p. Ante, bisogna incoraggiare iniziative di tal genere: “Insieme le comunità religiose possono essere il fattore determinante e significativo per costruire una società pacifica e armoniosa”.
In questo processo gli Oblati di Maria Immacolata danno il proprio contributo con una presenza concreta nelle isole Sulu da oltre 70 anni, evangelizzando e operando per il bene della popolazione locale. I missionari gestiscono scuole e istituti di istruzione, centri di assistenza medica e sociale, centri di formazione professionale.

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PAKISTAN – Cambia lo scenario politico in Pakistan dopo le elezioni

PAKISTAN – Cambia lo scenario politico in Pakistan dopo le elezioniIslamabad (Agenzia Fides) – Lo scenario politico in Pakistan, paese chiave negli equilibri geopolitici dell’Asia del Sud, è mutato velocemente dopo le elezioni legislative del 18 febbraio. Il voto popolare, infatti, secondo gli ultimi dati quasi definitivi, ha dato al Partito Popolare del Pakistan, della leader assassinata Benazhir Bhutto, 87 seggi in Parlamento, e alla Lega musulmana-N, dell’ex premier Nawaz Sharif 66 seggi, consacrandole come le due formazioni maggioritarie nel paese. Il partito del Presidente Musharraf si è aggiudicato solo 39 seggi, e ha notevolmente diminuito il suo peso e la sua influenza politica. Secondo gli analisti, il voto è specchio della crescente insoddisfazione e insofferenza che la società ha mostrato negli ultimi mesi verso la leadership dell’ex generale.
Attualmente i rappresentanti dei due partiti che hanno ottenuto la maggioranza stanno trattando per “riunire le forze democratiche” e formare una coalizione di governo, dato che, uniti, essi controllano ben oltre il 50% dell’Assemblea nazionale.
La coalizione parlamentare potrebbe sfiduciare il Predente Musharraf, accusato di corruzione, di abuso di ufficio e di aver imposto illegittimamente la legge marziale nel paese. Il Parlamento infatti ha il potere di avviare la procedura di impeachment. Da parte sua l’ex generale ha auspicato la nascita di una “coalizione armoniosa” e di “un governo stabile” annunciando la sua volontà di restare al vertice del paese.
In tale fluido quadro politico e sociale, le minoranze religiose vivono una situazione ancora tesa e instabile e auspicano che il nuovo governo, rilanciando i valori di libertà, rispetto dei diritti umani e democrazia, possa creare un clima sociale di garanzie, tutele e assenza di discriminazioni nei confronti delle comunità di minoranza.
La Commissione Giustizia e Pace dei Vescovi pakistani è stata presente nella campagna elettorale invitando i fedeli a pregare e a partecipare, in quanto cittadini, al legittimo processo di costruzione sociale e politica del paese.

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CONGO RD – “La pace nell’est del Congo dipende da come viene applicato l’accordo di Goma”

Kinshasa (Agenzia Fides)-Appare ancora in salita la strade della pace nel nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dopo l’incidente avvenuto nella base dell’esercito congolese di Kamina, nel sud-est del Paese, dove tra il 17 e il 18 febbraio si è avuto uno scontro armato tra i soldati regolari e alcuni militari del movimento di Laurent Nkunda (il principale esponente dell’opposizione armata a Kinshasa nell’est) che erano stati trasferiti nella base per essere integrati nella forze armate regolari. Negli scontri vi sono stati 27 feriti, di cui alcuni gravi. La stampa congolese afferma che questo episodio mette in luce i limiti del cosiddetto “brassage”, l’’integrazione degli ex guerriglieri attraverso un processo di “diluizione” in differenti unità dell’esercito regolare, stanziate in zone lontane da quelle dove agivano gli ex guerriglieri. I giornali locali ricordano in particolare la mancanza di fondi, che costringe i soldati a vivere sulle spalle dei civili, e la difficile gestione a livello psicologico degli ex guerriglieri, che vengono spesso da esperienze molto traumatiche. Il processo di disarmo, di smobilitazione e di integrazione degli ex guerriglieri è uno dei punti cardini dell’accordo di Goma (il capoluogo del nord Kivu), raggiunto nel gennaio scorso per mettere fine alle violenze nel nord Kivu (vedi Fides 24/1/2008).
“La pace dipende da come viene applicato l’accordo di Goma” dice all’Agenzia Fides una fonte della Chiesa locale, che per motivi di sicurezza non desidera essere citata per nome. “Lo hanno firmato tutti, dai Mai Mai al movimento di Nkunda. Ma oltre all’episodio di Kamina, a Goma continuano le scaramucce, tra i militari congolesi e gli uomini di Nkunda. Forse si tratta di schegge incontrollate o c’è dell’altro. Fino a gennaio, prima degli accordi di Goma, Nkunda era riuscito a tenere in scacco con 4mila uomini i 25mila uomini dell’esercito congolese. È chiaro che qualcuno lo ha appoggiato. Se guardiamo agli interessi stranieri in Congo ricordiamo che l’Unione Europea ha investito nella democrazia del Paese, fornendo i fondi per le recenti elezioni e per la creazione di un nuovo esercito. Ma il Presidente Kabila ha firmato importanti contratti con la Cina. Allora forse qualcuno tiene in vita il problema Nkunda per ricordare a Kinshasa che deve tenere conto anche degli interessi delle altre potenze?”
“Dall’altro canto chi ha partecipato al negoziato di Goma afferma che è emersa con chiarezza la volontà della comunità internazionale di porre fine alla guerra nel Kivu. Gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni su Nkunda perché accettasse l’accordo, che ha firmato per ultimo. Penso che solo il tempo potrà dirci dove il Congo sta andando” conclude la fonte di Fides.

fonte: www.fides.org

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