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LA MORTE DI BIN LADEN SCINTILLA PER UN CONFLITTO FRA IL CRISTIANESIMO E L’ISLAM

DIALOGO INTERRELIGIOSO (Islamabad, PAKISTAN) – Con la morte di Osama Bin Laden il rischio di una radicalizzazione del conflitto, che possa sfociare in una guerra fra cristianesimo e islam – osteggiata con forza da papa Benedetto XVI – è un “pericolo reale”. È l’opinione di un giornalista musulmano, esperto di politica e religione, secondo cui il capo di al Qaeda – ucciso ieri dalle forze speciali Usa – “non era il leader dell’islam, ma i suoi seguaci sono tutti musulmani” e la minoranza religiosa cristiana potrebbe essere il primo obiettivo di una vendetta. 

Il timore è condiviso da diversi leader cattolici, che parlano di un “successo” nella lotta contro il terrorismo, ma al tempo stesso chiedono più sicurezza, ribadendo che non è giusto gioire perché – come sottolineato ieri dal Vaticano – la morte di un uomo non può essere motivo di festa. Il timore più grande resta quello di una possibile “guerra di religione” aizzata dai gruppi fondamentalisti, nel tentativo di vendicare la morte di Osama Bin Laden. Un pericolo sottolineato da Aoun Sahi, musulmano ed editorialista di ‘The News International’, esperto di politica e religione in Pakistan. Le minoranze fra cui quella cristiana, spiega, saranno un “facile obiettivo” della vendetta dei gruppi radicali. “Osama Bin Laden – chiarisce l’editorialista – non era il leader dell’islam, ma i suoi seguaci sono tutti musulmani” ed è probabile che reagiranno alla sua morte con attacchi. Il luogo dove questo può avvenire potrebbe essere il Pakistan, che è più facile da colpire rispetto a Stati Uniti ed Europa, e all’interno del Paese la minoranza cristiana (identificata a torto con gli Usa e l’Occidente) è un bersaglio privilegiato. La popolazione è “scioccata e sorpresa” per la morte del leader di al Qaeda, ma il problema più grande sono le conseguenze dell’azione militare americana. “Al momento non sono successi gravi episodi di violenza – conclude Aoun Sahi – ma la morte del capo potrebbe scatenare reazioni” tali da sfociare in un conflitto fra cristiani e musulmani.

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IL CONTRIBUTO DI GIOVANNI PAOLO II AL DIALOGO CON L’ISLAM ED I MUSULMANI

DIALOGO INTERRELIGIOSO (Beirut, LIBANO) – L’impressione lasciata da Giovanni Paolo II ai musulmani è certamente piuttosto positiva, al punto che, al momento della sua morte, corse voce in Egitto che egli si fosse convertito all’Islam e avesse chiesto di essere sepolto secondo il costume musulmano. Una certa stampa occidentale ha anche cercato di mettere in contrapposizione Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, quest’ultimo dipinto come “integralista”, cioè antimusulmano. Il punto di partenza di tutti i responsabili cattolici è sicuramente il documento del Vaticano II, intitolato “Nostra Aetate” e datato 28 ottobre 1965, che al punto 3, per ciò che riguarda l’Islam dice: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. 

Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà». Giovanni Paolo II, attraverso i suoi atti – come con i suoi discorsi – ha sicuramente applicato questa “carta” conciliare, concretizzandola secondo le circostanze. Niente nega questo. Cerchiamo di vedere, attraverso alcuni esempi, ciò che è accaduto esattamente, seguendo l’ordine cronologico degli avvenimenti. In conclusione farò una breve sintesi del suo contributo al dialogo con l’Islam e i musulmani.

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MESSAGGIO AGLI INDÙ PER IL DEEPAVALI: RISPETTO E FIDUCIA, VERI PILASTRI DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO

CITTA’ DEL VATICANO – Cristiani e indù collaborino “per accrescere il rispetto reciproco, la fiducia e la cooperazione”: è quanto afferma il tradizionale Messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in occasione della festa del Deepavali che i fedeli indù celebreranno il 5 novembre prossimo.  Il Deepavali è una delle più antiche e importanti feste del mondo induista: simboleggia la vittoria del bene sul male, della vita sulla morte. In questa ricorrenza, che riunisce festosamente tutte le famiglie, i fedeli usano accendere candele e lampade per dire che la luce è più forte delle tenebre. In India vivono circa 1 miliardo e 200 milioni di persone: la stragrande maggioranza, più dell’80%, sono indù, i musulmani superano il 13%, mentre i cristiani sono poco più del 2% e stanno cercando di riprendersi dagli attacchi subìti nel 2008 da parte di estremisti indù e costati la vita a un centinaio di fedeli. Il dicastero vaticano, nel messaggio a firma del cardinale presidente, Jean-Louis Tauran, e del segretario, arcivescovo Pier Luigi Celata, sottolinea la necessità di consolidare l’amicizia e la cooperazione tra cristiani e indù “garantendo e accrescendo in maniera reciproca il rispetto e la fiducia” che “non sono dei sovrappiù opzionali ma i veri pilastri” di un dialogo interreligioso che esige un impegno sempre più grande. “Il rispetto – afferma il testo – è la considerazione dovuta per la dignità che appartiene per natura ad ogni persona indipendentemente da qualunque riconoscimento esteriore. La dignità implica il diritto inalienabile di ogni individuo ad essere protetto da qualsiasi forma di violenza, negligenza o indifferenza. Il rispetto reciproco” diventa quindi in questo modo “uno dei fondamenti della coesistenza pacifica ed armoniosa ed anche del progresso nella società”. Il messaggio auspica infine l’avvio di “una fruttuosa cooperazione non solo nel compiere il bene in generale, ma anche nel dedicarsi alle gravi ed irrisolte sfide del nostro tempo” per “diventare assieme artefici di pace”.

Testo integrale del messaggio:
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/interelg/documents/rc_pc_interelg_doc_20101028_diwali_it.html

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