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IMMIGRAZIONE- PORRO(UGL):“RAPPORTO INPS RIVELA DATI POSITIVI SU INTEGRAZIONE”

IMMIGRAZIONE E LAVORO (Roma) – “Concordiamo con quanto dichiarato dal direttore dell’Inps riguardo il lavoro regolare quale tappa fondamentale per l’integrazione degli immigrati, auspichiamo tuttavia che nei prossimi rapporti si possano rilevare ulteriori miglioramenti soprattutto delle condizioni retributive e lavorative degli stranieri”.

Lo dichiara il segretario confederale dell’Ugl, Marina Porro, commentando i dati del IV Rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi dell’Inps, presentati oggi a Roma dal direttore generale dell’Istituto, ed evidenziando come “i dati diffusi fanno riflettere su quanto siano importanti gli immigrati per il nostro sistema Paese, anche se sono ancora confinati ai lavori meno retribuiti e spesso rifiutati dagli italiani. Uno su sei, infatti, è addetto alla cura e all’assistenza delle persone, costituendo uno dei pilastri del welfare che, a livello pubblico, è estremamente carente”.

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SRI LANKA, 18.000 OPERAI CHE MANIFESTAVANO CARICATI DA POLIZIA, I CATTOLICI CONDANNANO L’ATTACCO

ESTERI (Colombo, SRI LANKA) – Sacerdoti cattolici e attivisti per i diritti umani condannano con forza il brutale attacco della polizia alle migliaia di lavoratori della Free Trade Zone, durante una manifestazione a Katunayake avvenuto ieri. Gli operai stavano protestando contro il nuovo schema pensionistico (Private Sector Pension Bill), giudicato ingannevole e che di fatto non garantisce il vitalizio fino alla morte del lavoratore. “La protesta indipendente è diritto di ogni cittadino libero” afferma padre Reid Shelton Fernando, sacerdote cattolico. “Quanto accaduto testimonia che in questo Paese, la gente non può esercitare uno dei suoi diritti fondamentali”.

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LA PROTESTA DELLE DONNE IN ARABIA SAUDITA: VOGLIONO VOTARE MA LA LEGGE NON GLIELO PERMETTE

ESTERI (Ryadh, ARABIA SAUDITA) – A settembre in Arabia Saudita si terranno elezioni comunali a livello nazionale; la seconda volta in 40 anni. Ma sin da ora si sa che nove milioni di donne ne verranno escluse. Le elezioni per i consigli municipali mettono in luce le contraddizioni nel regno gestito dalla monarchia wahabita, dove un sistema religioso particolarmente austero rende la democrazia molto incerta nelle sue espressioni. Il regno non permette che esistano partiti politici, o un Parlamento elettivo. E la polizia religiosa pattuglia le strade, per assicurare la tutela dei costumi, e la segregazione fra i sessi.Già nel marzo scorso il governo ha annunciato le elezioni per metà dei seggi municipali, ma le donne non potranno essere candidate, né votare. La giustificazione addotta da funzionari locali è la difficoltà di organizzare sedi elettorali distinte in base al sesso.

Tale decisione ha però dato origine a una campagna, nata su Facebook e Twitter, da parte di molte donne saudite, e intitolata “Baladi”, “Il mio Paese”. Questa campagna fa sì che le donne si presentino agli uffici elettorali, in tutta l’Arabia saudita, chiedendo di poter esercitare il loro diritto di voto. Di solito sui muri appaiono solo slogan che incitano gli uomini a registrarsi agli uffici elettorali. “Sii una parte nel processo decisionale”, è una delle scritte. Ma in molte parti del regno sono state le donne a rispondere all’appello. Dalle province occidentali, Gedda, Mecca e Medina, alle province orientali e persino fino alla capitale Ryadh, dozzine di donne si sono recate agli uffici elettorali, per chiedere di essere registrate. “Attraverso questa pressione stiamo cercando di modificare la decisione del governo di escludere le donne dal voto, sostenendo che la ragione che hanno dato non è convincente – ha dichiarato Nailah Attar, una delle organizzatrici della campagna -. Continueremo a provare fino a che non ci fermeranno”. 

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ARRIVA EURAXESS ITALY, IL SITO PER AIUTARE I RICERCATORI STRANIERI CHE LAVORANO ALL’ESTERO

LAVORO (Roma) – Un piccolo mattone “virtuale” per costruire nella pratica lo Spazio Europeo della Ricerca: è online Euraxess Italy, il nuovo portale italiano per la mobilità dei ricercatori. Il sito, in lingua inglese, è promosso dalla Fondazione Crui – in collaborazione con Area Science Park e Università di Camerino – e fa parte del network di servizi creati dalla Commissione Europea per supportare i ricercatori stranieri che decidono di svolgere la propria attività all’estero. Nello specifico, il portale italiano si propone come mezzo per fornire ai ricercatori “incoming” nel nostro Paese informazioni utili per essere aggiornati sulle scadenze e “sopravvivere” alla burocrazia.

Un’apposita sezione “introduttiva” spiega al ricercatore straniero in ingresso come funzionano le cose qui da noi: dal visto alla sistemazione, dalle cure mediche alle tasse, dalle condizioni di lavoro alla maturazione dei diritti pensionistici. Oltre a tutte queste informazioni di carattere pratico, sono presenti anche consigli sulla frequenza di corsi di lingua italiana e spiegazioni dettagliate sul nostro sistema d’istruzione, utili per chi ha bambini in età scolare. La voce “about Italy” racchiude in una pagina una gran quantità d’informazioni “basiche” (sistema politico, economia, popolazione) ma stupisce il fatto che la carrellata sulla storia del Belpaese – che pure parte dalle colonie della Magna Grecia – si fermi inspiegabilmente alla fine della Prima Repubblica con Tangentopoli, ben diciassette anni fa, senza fare alcun cenno ai giorni nostri.

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LIBIA: LE VERE RAGIONI DI UNA GUERRA SBAGLIATA

ESTERI (Libia) – Oltre alla sofferenza di un popolo sotto la minaccia di mitra, raid aerei, bombardamenti, in queste ore colpisce l’ipocrisia dei governi occidentali, coperta da un diritto internazionale che appare ormai ambiguo. L’operazione militare in Libia è la logica espressione di una politica neocoloniale che ormai domina le dinamiche internazionali dell’Occidente. Il pretesto è sempre l’intervento umanitario o la difesa della pace messa a repentaglio. Si cominciò con la Serbia negli anni 90. Con la giustificazione di interventi umanitari Belgrado e la Serbia furono bombardati in modo indiscriminato portando alla caduta di Milosevic. Arrestato e processato per crimini contro l’umanità all’Aja mise in scacco la pm Carla del Ponte dimostrando, alla luce proprio dei principi internazionali, che le ragioni addotte per l’intervento contro il suo governo non avevano basi giuridiche. A questo punto, morì misteriosamente in carcere. Quello di Milosevic non era certo un governo esemplare per rispetto dei diritti del suo popolo, ma era stato eletto democraticamente e non era certo peggiore di altri regimi (come ad esempio quello cinese) verso cui Paesi come la Francia, si sono inchinati. Si passò poi a Saddam Hussein e alle due guerre dei Bush: la prima per l’invasione del Kuwait, la seconda per il presunto possesso di armi atomiche. Si dimostrò poi che Saddam non possedeva alcuna arma di distruzione di massa. Solo Giovanni Paolo II e pochi altri, di fatto, erano contrari alla guerra.

Molti intellettuali nostrani inneggiavano all’interventismo protestante di Condoleeza Rice che avrebbe finalmente messo a posto il Medio Oriente, contro l’invito alla pace di Giovanni Paolo II. L’esito degli interventi militari, in entrambi i casi, è sotto gli occhi di tutti: nella ex Jugoslavia non ha portato alcuna stabilità e, anzi, la situazione potrebbe riesplodere da un momento all’altro, a causa della creazione di Stati senza tradizione all’indipendenza, mentre i cristiani vengono espulsi dalla nuova Bosnia a prevalenza musulmana; in Medioriente, il rilancio di un terrorismo senza tregua in Iraq, le stragi di civili, la persecuzione dei cristiani in molti Paesi musulmani, lo spazio involontariamente concesso al regime sanguinario iraniano, l’aiuto indiretto ad Al Qaeda… Non paghi di tutto questo, si ricomincia con Gheddafi: si è invocato un intervento per emergenza umanitaria per poi verificare in questi giorni che Francia e Gran Bretagna, con l’acquiescenza del pensiero debole Obama-Clinton e di altri, stanno conducendo, non un’operazione umanitaria, ma una vera e propria guerra per rovesciare il regime a spese della popolazione libica. Sia ben chiaro, Gheddafi, come Milosevic e Saddam, è un dittatore, ma lo sono anche le leadership di Cina, Iran, Cuba, Venezuela, Corea del Nord o la giunta militare birmana. Dovremmo fare una guerra umanitaria contro ognuno di questi Paesi, vale a dire una guerra mondiale? E chi pensa all’alternativa per evitare ciò che è successo in Iraq dopo la guerra, l’espandersi di Al qaeda e la minaccia dalla guerra civile, o i 130.000 morti sgozzati dai fondamentalisti in Algeria?

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EDITORIALE – QUEI FANTASTICI SOGNI DI PACE SCHIANTATI SULLA TESTA DELL’EX AMICO GHEDDAFI

ESTERI (LIBIA)- L’opinione pubblica, forse, non lo ha ancora pienamente realizzato, ma siamo in guerra. In una guerra, per giunta, di cui non sono pienamente comprensibili le finalità e le possibili conseguenze e ripercussioni, né tantomeno la posizione del nostro Paese. Un paese che fino a quattro mesi fa (ma già con il Governo Prodi) accoglieva e più recentemente “baciava le mani” a quello che oggi sembra essere diventato il nemico numero uno del mondo, il leader libico Muammar Gheddafi. Rispetto ad allora, il Rais non è più il benvenuto in Italia: la nostra posizione, come le due guerre mondiali insegnano, non è mai effettivamente la “nostra”, quanto piuttosto una sintesi, spesso approssimativa, dei ragionamenti e degli interessi dei paesi coinvolti. Se è vero che la politica estera italiana sembra non avere ancora stabilito quale sia la strategia migliore da adottare (per usare un eufemismo), nel resto d’Europa la situazione non appare molto più limpida. Netta presa di posizione è quella della Germania, che attraverso il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha ribadito il suo “no” all’operazione militare contro la Libia, chiarendo – se ce ne fosse ancora bisogno – che l’Europa non dispone di una leadership all’altezza della gravità della sfida.

A sostenere con decisione la via delle armi – con l’implicito assenso degli Stati Uniti, mascherato da apparente disinteresse – ci ha pensato il nuovo asse Gran Bretagna-Francia con il Presidente francese Nicolas Sarkozy che ha impegnato la Francia in un conflitto armato in nome dei diritti dell’uomo, facendosi promotore del vertice di Parigi che ha preceduto di poche ore l’avvio delle incursioni aeree. “Presa in contropiede dalla rivoluzione tunisina, timorosa rispetto a quella che ha destituito Mubarak – si legge su Libération – Parigi si ritrova all’offensiva nel caso della Libia”, che aggiunge un poco rassicurante “Finalmente! La comunità internazionale, per una volta degna di tale nome, è riuscita ad adottare una linea chiara sulla Libia”. Un commento che ci sembra inquietante per due motivi: questa “unità” della comunità internazionale sulla questione libica appare più come un esercizio propagandistico che una descrizione della realtà dei fatti; discutibile non solo la sostanza ma anche la forma di quello che il quotidiano ha voluto comunicare: quel “finalmente” accompagnato da un bel punto esclamativo sembra quantomeno inopportuno in un contesto bellico. Indubbiamente la Libia rappresenta per la Francia una vera e propria terra di conquista. Petrolio e gas, ma non solo. Con questo intervento la Francia vuole imporre la sua leadership sul Mediterraneo, sfruttando il già citato disinteresse americano e la debolezza internazionale dell’Italia.

Veniamo appunto al nostro paese. Il ministro La Russa spiega che “I nostri aerei ieri hanno partecipato alle operazioni” per neutralizzare le fonti radar nemiche, e quindi “rendono impossibile alla contraerea libica di colpire. Sono stati accompagnati dai nostri caccia che funzionano in questo caso da scorta”. L’obiettivo più ampio della missione, ha spiegato La Russa “è mettere a tacere la contraerea libica per realizzare la no-fly zone”. Il comando alleato deve verificare se è vera l’affermazione secondo la quale Gheddafi avrebbe proclamato una sorta di “cessate il fuoco”, o se è vera quella di qualche ora prima, in cui diceva che avrebbe “combattuto a lungo”. Siamo in guerra, quindi, ma non troppo. Vige, del resto, la pur sempre valida formula dell’esportazione della democrazia. Per il ministro degli esteri Franco Frattini “in Libia non ci deve essere una guerra e l’Italia intende verificare la coerenza dell’azione della coalizione internazionale con il rispetto della risoluzione 1973 dell’Onu”. Lo stesso ministro Frattini ha chiesto a Bruxelles che la struttura di comando delle operazioni in Libia passi sotto l’ombrello della Nato, trovando la ferma opposizione della Francia. Ci voleva la guerra per mettere (quasi) d’accordo Governo e opposizione: per il segretario del Pd Pierluigi Bersani “bisognava agire prima” ma, aggiunge, “abbiamo fatto la cosa necessaria”. I pochi “no” giungono specialmente dalla Lega Nord, con Roberto Calderoli che ha punzecchiato il ministro La Russa rimproverandogli di essere “il ministro della Difesa e non della guerra”. A preoccupare il Carroccio è soprattutto l’eventualità di una nuova ondata di profughi . Tra le poche altre voci fuori dal coro, il leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola, che ha espresso “grande preoccupazione” per lo sviluppo degli eventi.

Nonostante il Governo italiano non si mostri eccessivamente preoccupato dalle ripercussioni che l’intervento in Libia potrebbe causare al nostro Paese, il rischio di attentati non va sottovalutato: il ricordo è quello di due missili sganciati dalla Libia contro la Sicilia nel 1986 che avrebbero dovuto colpire un’installazione militare Loran statunitense situata sull’isola, come ritorsione per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti nell’operazione ‘El Dorado Canyon’. Nel frattempo è iniziata la seconda fase dell’operazione “Odissey Dawn”, con gli aerei degli alleati britannici, francesi ed americani che continuano ad assediare le basi dell’esercito libico. Secondo le ultime indiscrezioni, in seguito ai raid contro edifici del bunker di Gheddafi, sarebbe rimasto ucciso il figlio del raìs, Khamis. Gli attacchi degli alleati contro gli obiettivi militari del leader libico non si fermano. Intanto dal Pentagono giungono conferme sul conferimento alle truppe franco-britanniche del comando della operazioni militari contro l’esercito libico. Per quanto concerne l’Italia, gli aerei Tornado rientrati a Trapani nella serata di ieri hanno completato appieno la missione. Ulteriori notizie dalla Libia parlano di una nuova terribile strategia adottata dalle truppe di Muammar Gheddafi a Misurata: portare civili nella città per usarli come scudi umani. A riferire alla Bbc la sconvolgente testimonianza è stato un portavoce dei ribelli che ha raccontato che proprio a Misurata sette persone sono rimaste vittime degli scontri con le forze fedeli al colonnello.

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GIOVANNI PAOLO II ED EUCARESTIA AL CENTRO DI DUE APPUNTAMENTI AL SANTUARIO MARIANO DI POMPEI

SPECIALE BEATIFICAZIONE (Pompei) – Per vivere in pienezza il periodo della Quaresima e conoscere a fondo la vita e il magistero di Papa Giovanni Paolo II, in vista della sua Beatificazione che avverrà il prossimo 1° maggio in Piazza San Pietro, il Santuario della B.V. del santo Rosario di Pompei propone a tutti i fedeli due itinerari di catechesi: uno, a partire dal 17 marzo, sul tema dell’Eucarestia e la sua importanza nella vita quotidiana, l’altro, a partire dal 21 marzo, sulla vita dell’amatissimo pontefice polacco. Il cammino quaresimale della comunità pompeiana, che avrà inizio giovedì 17 marzo, sarà, dunque, illuminato e scandito da cinque appuntamenti che metteranno in luce e aiuteranno i fedeli a comprendere come l’Eucarestia, dono supremo di Cristo alla Sua Chiesa, illumina e sostiene gli ambiti della nostra esistenza: l’amore, le relazioni umane, il lavoro, l’educazione, l’economia, la politica, la cura dell’ambiente e anche la malattia.

Il percorso spirituale proposto, in preparazione al prossimo Congresso Eucaristico Nazionale che si terrà ad Ancona dal 3 all’11 settembre, nasce, infatti, dalla necessità “di una più profonda comprensione, per i fedeli cristiani, delle relazioni tra l’Eucarestia e la vita quotidiana”, così come ribadito dal Santo Padre Benedetto XVI nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis (2007). Ad aiutarci a riscoprire e a vivere questo dono ci saranno Mons. Enrico Dal Covolo, Vescovo tit. di Eraclea e Rettore della Pontificia Università Lateranense (Roma), il Card. Francis Arinze, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Mons. Edoardo Menichelli, Arcivescovo Metropolita di Ancona-Osimo, Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della C.E.I., e Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo Metropolita di Bari Bitonto. Gi incontri si terranno il 17, il 24 e il 31 marzo, il 7 e il 14 aprile, alle 18.00.

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