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GIOVEDÌ “GIORNATA MONDIALE PER DIRITTO ALLA VERITÀ”, CELEBRAZIONI IN MEMORIA DI PADRE OSCAR ROMERO

CHIESA NEL MONDO (Roma) – Il 24 marzo 1980 venne ucciso, durante la celebrazione eucaristica, monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador. Per ricordare il prete salvadoregno, lo scorso anno le Nazioni Unite hanno proclamato il 24 marzo “Giornata mondiale per il diritto alla verità”. Anche a Roma, in occasione di questa ricorrenza, da giovedì prossimo si celebreranno iniziative in memoria dell’arcivescovo, che si protrarranno fino a domenica 27 marzo. La Chiesa invita al raccoglimento in preghiera e al digiuno in ricordo dei missionari martiri in tutto il mondo. Formato da un numeroso gruppo di associazioni e congregazioni religiose, il Comitato Romano Oscar Romero ha organizzato molteplici eventi commemorativi per ricordare l’arcivescovo, considerato il simbolo di tutti i martiri che si sono sacrificati per la giustizia e la pace. Ben ventotto anni fa, monsignor Luigi Di Liegro, primo direttore della Caritas diocesana, avviò la ricorrenza per ricordare padre Romero, e la tradizione prosegue ancora oggi attraverso momenti di preghiera e di riflessione organizzati nel centro e nelle periferie di Roma.

Presso la sala della Comunità di base di San Paolo, in via Ostiense 152, domani alle 18 verrà presentata la nuova edizione del libro di Ettore Masina “L’arcivescovo deve morire”, pubblicato dall’editore trentino “Il Margine”, con la prefazione del vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro. Durante la presentazione del libro interverranno i giornalisti Claudia Fanti e Giancarlo Zizola.
Giovedì alle 17, in via IV Novembre 119, alla sala Luigi Di Liegro della Provincia di Roma si svolgerà la giornata di riflessione sul tema “America Latina: il coraggio della verità”. L’incontro sarà moderato da Don Luca Pandolfi, docente all’Università Urbaniana e segretario dell’associazione SAL (Solidarietà con l’America Latina), con notevoli contributi di don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera, e delle giornaliste Lucia Annunziata e la messicana Anabel Hernández García. Il cuore di queste iniziative è la veglia ecumenica di preghiera in programma venerdì 25 marzo, alle 19, nella chiesa di San Marcello al Corso, che vedrà gli interventi del biblista padre Alberto Maggi, dell’Ordine servi di Maria, e della pastora valdese Letizia Tomassone.

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LETTURE/ PERCHÉ L’ITALIA NON PROVA A “SURPETERE” PER VINCERE LA CRISI?

CULTURA – La doccia fredda della crisi ci costringe a dover fare i conti con una prospettiva che appare sempre più complessa. Non si può più contare sul debito (pubblico o privato) come spinta alla crescita. Ma nello stesso tempo cresce la necessità di doverose politiche di sostenibilità ambientale. E la globalizzazione mostra tutti i suoi effetti con una Cina che è diventata il protagonista a livello industriale e finanziario, ma con gli Stati Uniti che confermano la loro leadership tecnologica. Ecco allora il cambiamento che una società come quella europea, e italiana in particolare, deve affrontare trovando la capacità di “reinventare” i processi e i progetti che sono stati i punti di forza del passato e che possono tornare a essere i punti di forza del futuro: il lavoro e insieme la forza della creatività, la capacità di adattamento e la logica della cooperazione, la passione della professionalità e l’etica della partecipazione civile.

Come ha detto Sergio Marchionne al Meeting di Rimini rivolgendosi ai giovani, “non è importante la strada che sceglierete, è molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla”. In pratica, “saper stare un passo avanti agli altri uscendo dalle tradizionali dinamiche competitive e avendo la capacità di reinventarsi quando serve”: è questa la linea di fondo da cui è scaturito un nuovo vocabolo, “Surpetere”, che è diventato il titolo di un libro di Giorgio Merli, Elena Gelosa e Marco Fregonese in cui si parla della “competizione creativa efficace e sostenibile”. Un libro in cui si analizzano le nuove forme del business con in primo piano un tipo di approccio fondato sulla conoscenza del presente e su di una visione del futuro capace di modificare continuamente i propri schemi interpretativi. Perché il futuro è insieme da interpretare e da costruire. Perché si fa presto a dire “cambiamento”. Ma terribilmente difficile è trasformare questa parola in scelte concrete, in gesti reali, in comportamenti che sappiano tenere conto non solo e non tanto dei nuovi scenari che si sono realizzati dopo la crisi economica, ma soprattutto dei mutamenti che devono ancora avvenire, che nessuno può prevedere con certezza e che dobbiamo credere dipendano anche dalle nostre scelte. Anche la crisi degli ultimi tre anni ha dimostrato fin troppo bene come il sistema economico si sia scoperto terribilmente fragile e soprattutto incapace di creare al proprio interno gli anticorpi necessari a evitare quello che è avvenuto. Soprattutto perché c’è stata una progressiva accelerazione dei fattori di squilibrio, ma nello stesso tempo si era creata una situazione in cui, più o meno, tutti ne avevano un momentaneo beneficio.

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BEATO TU CHE LAVORI. GLI EFFETTI DI UN LICENZIAMENTO DAL PUNTO DI VISTA RELAZIONALE

LAVORO – Abbiamo parlato più volte di crisi del lavoro, disoccupazione, precariato, povertà dei giovani, difficoltà a realizzare progetti, ad affermarsi, ad esprimere i propri talenti. Abbiamo ascoltato e riportato le paure di chi trascorre le giornate a scrivere curriculum, a leggere e rispondere agli annunci, ad andare a colloqui e tornare con il naso rotto per una porta in faccia sbattuta troppo violentemente, a inventarsi i mestieri più improbabili, a elemosinare soldi a genitori, zii, nonni e amici, a piangere lacrime di disperazione. Un po’ meno, forse, abbiamo parlato di chi un lavoro ce l’aveva e adesso non l’ha più, di chi credeva di aver trovato stabilità e sicurezza economica e adesso deve ricominciare tutto da capo.

Giovani coppie, con uno o più figli, in difficoltà a pagare le bollette, a onorare le scadenze del mutuo o di prodotti acquistati a rate, costrette a rinunciare anche a generi alimentari di prima necessità. Oppure persone meno giovani che – nel bel mezzo del cammin della loro vita, quando dovrebbero tirare il fiato – sprofondano in drammi che inevitabilmente coinvolgono i figli ormai cresciuti ma ancora studenti, più che mai bisognosi di aiuto e sostegno. Cresce la quota di famiglie che dichiara di arrivare alla fine del mese con molta difficoltà. Si affacciano alla povertà individui appartenenti a categorie sociali che fino a poco tempo fa si sentivano tutelate. Nuovi poveri che restano occulti perché – come sottolinea la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale (Cies) – “non chiedono e non si espongono: si vergognano, sono restii a raccontarsi perché sono ancora troppo immersi nelle loro difficoltà, provano disorientamento e spiazzamento, non sanno orientarsi nella rete dell’aiuto, sono del tutto impreparati e reagiscono con una forma ansiosa nel modo di rapportarsi con la famiglia e il contesto sociale di riferimento”. Sono sempre più frequenti depressioni, esaurimenti, patologie mentali in giovanissimi, giovani e adulti. Gli effetti di un licenziamento o della disoccupazione, dal punto di vista relazionale, sono devastanti. Intere famiglie si chiudono e soffrono in solitudine, piene di sensi di colpa e di vergogna, quando invece avrebbero bisogno di una rete sociale che li accolga, che faccia venire allo scoperto quel disagio sommerso – quindi ancora più distruttivo – che colpisce sempre più le famiglie “normali”, in difficoltà a riconoscere tale disagio e a chiedere aiuto prima che esso abbia superato la soglia critica. Non diamo i numeri che ogni giorno i media diffondono per aggiornare il quadro della crisi, non riportiamo i dati dell’ennesima indagine. Non ce n’è bisogno, perché se ci soffermiamo a riflettere e ci guardiamo bene intorno ci accorgiamo che la vicina anziana da un po’ di tempo ti chiede i giornali non per leggerli ma per accendere il fuoco nella stufa a legno, perché il riscaldamento non lo può pagare. Se ci interessiamo agli altri, scopriamo che la tal famiglia di stranieri che si è trasferita nella casa di fronte non ha abbastanza da mangiare perché lui non ha lavoro e i soldi di lei come colf non bastano per sfamare i suoi bambini.

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IL PAPA ALL’UDIENZA CHIEDE PREGHIERE PER LA CHIESA IN CINA. CATECHESI DEDICATA A GIULIANA DI NORWICH

CITTA’ DEL VATICANO – Chi confida nell’amore di Dio non si vedrà mai deluso, “perché le promesse di Dio sono sempre più grandi delle nostre attese”. Con queste parole, Benedetto XVI ha terminato la catechesi all’udienza generale di questa mattina. Il Papa l’ha dedicata a una mistica vissuta a cavallo tra il 14.mo e il 15.mo secolo, Giuliana di Norwich, le cui visioni hanno messo in rilievo la tenerezza “materna” dell’amore di Dio per l’umanità.

L’ottimismo della vita che nasce dalla certezza di essere amati da Dio. Può essere condensata in questa frase l’esperienza naturale e soprannaturale di “Madre Giuliana”, come risulta dall’appellativo che campeggia sul monumento funebre nel quale sono custodite le spoglie di Giuliana di Norwich. Madre perché, ha spiegato Benedetto XVI, fu in vita un punto di riferimento spirituale per moltissime persone. Vivendo da anacoreta, rinchiusa in una cella, la mistica maturò “una sensibilità umana e religiosa finissima”. Allo stesso modo accade oggi, ha osservato il Papa, con quelle donne e quegli uomini “che si ritirano per vivere in compagnia di Dio” e “proprio grazie a questa loro scelta, acquisiscono un grande senso di compassione per le pene e le debolezze degli altri”: “Amiche ed amici di Dio, dispongono di una sapienza che il mondo, da cui si allontanano, non possiede e, con amabilità, la condividono con coloro che bussano alla loro porta. Penso, dunque, con ammirazione e riconoscenza, ai monasteri di clausura femminili e maschili che, oggi più che mai, sono oasi di pace e di speranza, prezioso tesoro per tutta la Chiesa, specialmente nel richiamare il primato di Dio e l’importanza di una preghiera costante e intensa per il cammino di fede”.

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SANTA TERESA D’AVILA: LA PREGHIERA, VISSUTA COME AMICIZIA CON CRISTO, DIVENTA AMORE PER GLI ALTRI

MEMORIA DI SANTA TERESA D’AVILA – Fu accolta nel Carmelo di Avila, in Spagna, all’età di vent’anni, ma soltanto 19 anni dopo giunse a quella che lei stessa chiamò la sua “conversione”. Parliamo di Santa Teresa d’Avila che la Chiesa ricorda oggi. A lei, donna dal forte carattere vissuta nel XVI secolo, si deve la riforma dell’ordine carmelitano. Fedele alla Chiesa, nello spirito del Concilio di Trento, contribuì anche al rinnovamento dell’intera comunità ecclesiale. Ma come definire Teresa d’Avila? Tiziana Campisi lo ha chiesto a suor Chiara Maria di Cristo Re e Sacerdote, monaca carmelitana scalza del monastero Regina Coeli di Roma:

R. – Una donna molto intelligente, una donna di una grande vivacità, di un coraggio non comune. Una donna molto volitiva, anche. Forse, l’elemento che colpisce di più è che si tratta di una donna che ha ricevuto una capacità di amare molto grande, che all’inizio costituisce un po’ il suo limite, perché non sapeva bene come indirizzarla, ma al momento in cui lei la fissa tutta su Gesù ridiventa capace anche di amare gli altri in una maniera nuova, in una maniera grandissima. Per cui colpisce il modo in cui sapeva adattarsi a tutti: sa farsi vicina alle persone religiose, alle sue figlie spirituali, ma anche alla gente comune.

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