Archivi tag: sofferenza

SARÀ POSSIBILE ANCORA SPERARE? AFFIDIAMOCI A GESÙ E ANDIAMO CONTROCORRENTE!

RIFLESSIONE – Ci sono notizie che sconvolgono, ponendo domande terribili, sia per quanto accaduto, sia per il modo di trattarle. Sul solito sito degli atei ho appreso la notizia del suicidio di quel sacerdote di Caravaggio, messo in mostra dalle Iene per un comportamento scorretto nei confronti di un giovane omosessuale che si era rivolto a lui per consiglio e conforto. Mentre poi andando in macchina e ascoltando la radio ho saputo del suicidio di Mario Monicelli, regista famoso, che a 95 anni si è gettato dalla finestra dell’ospedale in cui era in cura. E i commenti sono stati di disprezzo per il primo, di stima per il secondo. Io so solo una cosa: sento nel cuore tutto il dolore, la sofferenza per entrambi quei destini: la vergogna del male che ha portato un sacerdote a non confidare più nella misericordia di Dio come una esperienza del presente, lo sconcerto per quella che è stata definita la paura di non essere più in grado di essere se stesso, dipendendo da medici, infermieri…

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IL DOLORE NELLE RELIGIONI MONOTEISTE. QUALI SPIEGAZIONI OFFRE LA FEDE AGLI UOMINI CHE SOFFRONO

ROMA – Il dolore, tema fra i più universali, visto nell’ottica della scienza, della filosofia e delle religioni. Questo lo scopo del colloquio messo in piedi lo scorso anno dalla facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma. Di quell’incontro, nato anche per tracciare le dimensioni del dolore cronico (tanto ampie da avere pesanti risvolti socio-economici in termini di perdita di lavoro e comparsa di depressione) sono stati pubblicati finalmente gli atti. A presentarli al pubblico, alcuni giorni fa, tre esponenti – ognuno a proprio modo – delle tre grandi religioni monoteiste, per raccontare come il Cristianesimo, l’Islam e l’Ebraismo risolvono la questione della sofferenza nella vita degli uomini: Gaspare Mura (docente di Filosofia alle Pontificie Università Urbaniana e Lateranense), Khaled Fouad Allam (docente di Sociologia del mondo musulmano all’Università di Trieste) e David Meghnagi (docente di Psicologia della Religione e di Pensiero Ebraico).

Premesso che «la sofferenza appartiene alla vicenda storica dell’uomo – come ben spiegò Giovanni Paolo II nel 2000, in occasione del Giubileo degli ammalati -, il quale deve imparare ad accettarla e superarla», è vero che le risposte che le tre religioni monoteiste danno al quesito del dolore, «convergono tutte – per Gaspare Mura – intorno ad una figura simbolica, quella di Giobbe». «La ragione per cui ci si riannoda al Libro di Giobbe è che questi non è un personaggio storico ma è figura di narrazione simbolica, è un pagano che non appartiene ad alcuna determinata tradizione religiosa». In altri termini, «Giobbe è “l’uomo” che, nella nudità della sua esistenza, pone le supreme questioni sul dolore a rappresentanza di ogni uomo, di ogni epoca e di ogni cultura». Ulteriore elemento, è che Giobbe non pone questioni astratte intorno al dolore, non domanda come i filosofi il “perché delle cose”, «soprattutto Giobbe mostra che non esiste nessuna tecnica, nemmeno quella terapeutica o psicoanalitica, capace di rispondere al senso esistenziale profondo del dolore». E così, «il fedele dell’Islam vede in Giobbe – continua Mura – la pazienza con cui il vero credente deve accettare dall’Onnipotente non solo i beni, ma anche i mali che nella sua imperscrutabile volontà gli assegna per metterlo alla prova e premiarlo della vittoria; e soprattutto vede nella figura di Giobbe anche un invito a tutti coloro che sono vicini ad un uomo che soffre, a farsi compassionevoli, ad esercitare la virtù della bontà, dell’assistenza, della pietà, cosicché il dolore di uno possa tornare a beneficio di tutti». «Da Ferdinand de Saussure – spiega poi Allam – sappiamo che la lingua forma la coscienza. Possiamo dunque ricercare le forme verbali che indicano una situazione di dolore nel Corano, perché attraverso esse possiamo riconoscere la semantica del dolore nell’Islam e dunque la percezione che i musulmani hanno di quella esperienza». Non si dice «io sono malato» ma semplicemente «malato», come ad indicare il dominio della malattia sul soggetto. «Si nota come qui l’individuo perda la sua autonomia, perché tutto risulta rimesso alla volontà divina».

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MONS. BÉCHARA RAÏ SUL SINODO PER IL MEDIO ORIENTE: ORA NON CI SENTIAMO PIÙ MINORANZA

SINODO PER IL MEDIO ORIENTE – Torniamo in Medio Oriente con coraggio e fiducia per testimoniare la fede nelle nostre terre: è quanto afferma mons. Béchara Raï, vescovo di Jbeil dei Maroniti in Libano, che ai nostri microfoni traccia un bilancio del Sinodo appena concluso. Ieri mattina il Papa ha presieduto nella Basilica di San Pietro la solenne celebrazione al termine dell’assemblea speciale per il Medio Oriente, invitando i cristiani di questa regione a farsi portatori della Buona Novella dell’amore di Dio per l’uomo. Ascoltiamo mons. Béchara Raï:

R. – Noi torniamo, come bilancio personale e collettivo, con molta fiducia, con molto coraggio. Non parliamo più di minoranza di cristiani in Medio Oriente: parliamo piuttosto di una parte della Chiesa universale che si trova in Medio Oriente, a nome di tutta la Chiesa universale, quindi forti nella consapevolezza di essere sostenuti dalla Chiesa universale, e siamo lì, attingiamo la nostra forza dalla Chiesa e testimoniamo la nostra fede. Il numero non conta più. Quindi, con coraggio, con molta speranza, con molte idee, con molte iniziative noi torniamo a lavorare nelle nostre diocesi e parrocchie, con i nostri concittadini musulmani o con i nostri connazionali nella Terra Santa, o in Iran o anche in Turchia.

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UN VIDEO CI SVELA COSA STA DIETRO LA SCINTILLANTE INDUSTRIA DEL PORNO: DROGA, VIOLENZE, RICATTI

LA VERITA’ – Cari fratellini e sorelline, oggi tocchiamo un argomento purtroppo attuale: la pornografia. Iniziamo a parlare di questa tematica che produce fatturati miliardari a scapito di piccoli sventurati e disperate ragazze (nella maggior parte dei casi). Vi presentiamo un video comparso su youtube sulla realtà che non viene detta sulla pornografia. Per introdurre l’argomento ecco come il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2354 descrive la pornografia: “La pornografia consiste nel sottrarre all’intimità dei partner gli atti sessuali, reali o simulati, per esibirli deliberatamente a terze persone. Offende la castità perché snatura l’atto coniugale, dono intimo degli sposi l’uno all’altro. Lede gravemente la dignità di coloro che vi si prestano (attori, commercianti, pubblico), poiché l’uno diventa per l’altro l’oggetto di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno. Immerge gli uni e gli altri nell’illusione di un mondo irreale. E’ una colpa grave. Le autorità civili devono impedire la produzione e la diffusione di materiali pornografici”.

Il porno utilizza le persone come degli oggetti. Ma le persone non sono oggetti. Le persone soffrono, hanno i loro contraccolpi emotivi, hanno la loro dignità.

Le tre ragazze che compaiono all’inizio del video sono Crissy Moran, Tamra Toryn e Nadia Styles, tre ex-pornostar americane, che hanno lasciato il porno e oggi aderiscono alla fondazione Pink Cross. La ragazza che compare nell’immagine (poi capovolta) è Miss Arroyo, attualmente affetta da HIV. La fondazione PinkCross, fondata dalla ex-pornostar Shelley Lubben, raccoglie ex-attrici ed ex-attori porno per denunciare la realtà alienante del mondo della pornografia. Sono persone pentite della loro scelta, che si sono rese conto di quanto sia stata sfruttata e alimentata la loro condizione di malessere. Questo è il porno. Chi pensa che sia qualcos’altro si illude, ed è come chi pensa che una prostituta provi piacere nelle sue prestazioni. La verità è quella di una forma di degradazione in cui il piacere è soltanto una messa in scena. La verità è quella di un tunnel di degrado, di umiliazione e di sofferenza.

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IN ATTO UN PROGETTO DELLA CUSTODIA FRANCESCANA PER SOSTENERE I CRISTIANI DI GAZA.

GERUSALEMME – Una piccola minoranza di circa 2.500 cristiani vive attualmente nella Striscia di Gaza. Al momento la striscia conta una popolazione totale di circa 1,5 milioni di abitanti. Il lungo e persistente conflitto israeliano-palestinese grava pesantemente sugli abitanti per diverse ragioni,quali l ‘assunzione del potere da parte di Hamas, l’ operazione “piombo fuso” (Cast lead) condotta da Israele dall’inizio del 2009 con oltre 1.300 morti, gli innumerevoli feriti e le distruzioni materiali dell’importo di miliardi e il blocco dei prodotti di prima necessità.

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VORREI SPOSARLO, MA LUI PREFERISCE CONVIVERE. UNA DOMANDA ED UNA RISPOSTA AD UN SACERDOTE

DOMANDE & RISPOSTE – Buongiorno. Utilizzo questo indirizzo email per inviarVi la mia lettera perchè non riesco a postarla attraverso il form, ricevo continui messaggi di errore. Potete rispondermi in privato o pubblicarmi, qualora questo argomento possa risultare di interesse comune, come preferite. Vi chiedo solo di rimanere anonima. Per me è importante solo avere un Vostro consiglio, perché sono lacerata da dubbi e ho bisogno di una guida per scegliere quale strada intraprendere. Sono una giovane donna di 35 anni. Sono credente ma non praticante. Sono cresciuta e ho sempre vissuto secondo i valori morali cristiani cattolici. Da tre anni vivo una storia d’amore con un uomo che ha qualche anno più di me. Inizialmente non abbiamo potuto far progetti concreti anche a causa della situazione lavorativa molto precaria per entrambi. Circa 6 mesi fa questa situazione si è stabilizzata e abbiamo deciso di concretizzare il nostro amore pensando ad un futuro insieme. Premetto che nessuno di noi due è mai stato sposato o ha convissuto: viviamo entrambi con le nostre famiglie d’origine. E’ nato un problema. Io desidero che ci sposiamo: credo fortemente nel matrimonio come Sacramento, come istituzione, come promessa solenne di fronte a Dio, a noi stessi e al mondo, come punto di partenza per iniziare una vita insieme nell’amore. Inoltre ho sempre desiderato arrivare vergine al matrimonio, donare tutta me stessa solo all’uomo con cui avrei condiviso la vita, e in questi anni il mio fidanzato, pur non condividendo questa idea (lui ritiene importante per una coppia vivere insieme tutti gli aspetti dell’amore, anche quello sessuale, che considera molto importante) mi ha sempre rispettata, sebbene ogni tanto continui a chiedermi di fare l’amore. Lui invece vuole che andiamo a convivere: vede il matrimonio come una tappa successiva nel processo di costruzione di una vita insieme; lui crede nell’amore, più che nel matrimonio: ritiene che quello che conta è che ci vogliamo bene e che entrambi vogliamo affrontare la vita insieme; dice è necessario prima vivere insieme per conoscerci a fondo, per capire se veramente siamo fatti l’uno per l’altra; il matrimonio potrà venire in seguito, un passo per volta. Durante alcuni discorsi è emerso che lui ha paura del matrimonio: teme che le cose possano non andare bene, come purtroppo oggi capita sempre più spesso, e che un divorzio comporti anche problemi onerosi dal punto di vista finanziario ecc. E’ questo un discorso che ho sentito fare molto spesso da varie persone, che preferiscono un “periodo di prova” con la convivenza, ritenendo che se due persone si amano davvero non c’è bisogno di una cerimonia per sancire il loro amore. Io a questo punto sono molto confusa. Amo quest’uomo e vorrei condividere la mia vita con lui. Ma la sua ferma volontà a voler convivere anziché sposarci mi mette molto a disagio: si scontra con i valori morali che sono radicati in me e hanno guidato la mia vita finora. Io non considero la convivenza come una scelta di vita positiva per quanti mi riguarda: non giudico chi sceglie questa strada, se entrambe le parti della coppia sono felici. Tuttavia non mi sento a mio agio nell’intraprendere anche io questa strada, mi fa sentire forzata, costretta.

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