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SUD COREA, PASTORE PROTESTANTE: “NEL REGIME DEI KIM VIVONO ANCORA DEI CRISTIANI. E SONO STIMATI”

ESTERI (Seoul, COREA DEL SUD) – In Corea del Nord “vivono ancora circa 40.000 cristiani sotterranei. Inclusi quelli, e sono la maggioranza, che per la loro fede sono finiti in un campo di lavoro”. Lo ha dichiarato il ministro protestante Lim Chang-Ho nel corso di un’intervista al Daily NK. Secondo il pastore, “dato l’altissimo livello di repressione del regime nei confronti dei cristiani, loro si preservano nell’unico modo che hanno: si sposano fra loro e in segreto”. In Corea del Nord, i cittadini sono organizzati in 51 classi. Le prime tre sono basate sulla lealtà alla famiglia Kim e al culto della personalità che impone il “presidente eterno” e il “caro leader” suo figlio come uniche forme di divinità ammesse nel Paese. Ovviamente, chiunque professi una religione o venga trovato in possesso di materiale religioso è classificato come “ostile” e viene di fatto bandito dalla vita pubblica del Paese.

Secondo le testimonianze di coloro che riescono a fuggire dalle grinfie del regime, ai cristiani è riservato il trattamento peggiore. A questa situazione, la sparuta comunità reagisce nel migliore dei modi: “Il cristianesimo resiste in quel posto soltanto grazie all’atteggiamento dei fedeli, ammirevole e coraggiosissimo. Quando i vicini di casa vedono come si comporta un cristiano, vogliono imitarlo: non posso confermarlo, ma si parla persino di alcune conversioni”. In effetti, il pastore Lim ha esperienza diretta della comunità dato che – sostiene – ha portato beni di prima necessità nel Nord: “Se portiamo disinfettanti o antibiotici, sappiamo già da prima che i cristiani sotterranei non li useranno: aspettano che qualcuno sia grave e passano le medicine a lui. In alcuni villaggi sono le persone più stimate che ci siano”.

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HAITI TRA VIOLENZE E COLERA. FIAMMETTA: COSÌ CERCHIAMO DI COMBATTERE IL COLERA E IL NOSTRO LIMITE

HAITI – Carissimi amici, vi scrivo queste righe dopo aver saputo che i giornali in Italia riprendono a parlare di Haiti. Come spesso succede, le cattive notizie viaggiano sempre più veloci e fanno più clamore di quelle buone. Prima di tutto vorrei rassicurare quanti hanno scritto e telefonato che noi di AVSI stiamo bene e continuiamo il nostro lavoro. Come sapete, il colera è alla fine arrivato in città e il contagio si estende. Purtroppo è difficile avere dei dati certi e che rappresentino davvero la situazione, ma certamente ci sono oltre mille vittime, che sono un numero enorme, e migliaia di contagiati in trattamento ospedaliero.

Gli ospedali della capitale sono alla capienza massima e le organizzazioni umanitarie come noi ricevono pressanti inviti ad attivarsi per cercare di prendere in carico almeno i casi meno gravi. Cosi abbiamo organizzato due tende in due avamposti di Cite Soleil, il quartiere più colpito, per identificare le persone contagiate, prestare la prima idratazione e vedere se si riesce a stabilizzare il paziente, prima di decidere se trasferirlo in un centro meglio attrezzato. Le persone vengono numerose, ed è di grande sollievo per loro avere un posto dove essere ascoltati e magari rassicurati, senza dover aver paura delle reazioni della gente, dell’isteria del contagio che si diffonde. Molti non hanno la fortuna di sapere dove andare e aspettano di essere veramente molto gravi per andare in ospedale, dove arrivano a volte troppo tardi. Per questo stiamo lavorando per migliorare la sensibilizzazione comunitaria e raggiungere tutti ma davvero tutti. Unicef ha approvato la nostra proposta di distribuzione di pastiglie per potabilizzare l’acqua a tutte le famiglie beneficiarie, cosi mentre facciamo la sensibilizzazione possiamo anche direttamente intervenire per migliorare la situazione di vita della gente. Vediamo che questa prossimità alla gente dà dei risultati, che il contagio leggermente rallenta là dove riusciamo ad arrivare in modo energico a sensibilizzare e prendere in carico la gente. Vorremmo fare di più, ma non sempre ne abbiamo le energie e le risorse e le nostre equipes a volte sono davvero stanche. Abbiamo anche ricevuto un appello da alcuni ospedali a prendere in carico i neonati delle mamme che entrano in trattamento di isolamento, affinché non deperiscano in assenza dell’allattamento. Avendo già lavorato sui neonati orfani di madre in risposta al terremoto, siamo pronti e il nostro staff è formato.

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