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“Ogni conversione implica un cambiamento”

BARCELLONA, martedì, 22 aprile 2008 (ZENIT.org).- La figura di San Paolo che in cammino verso Damasco cade da cavallo è diventata la metafora di ogni conversione, “un topos della nostra cultura occidentale che celebra la sottomissione dell’uomo al disegno divino”.

Maria Laura Giordano, docente all’Università Abad Oliba CEU di Barcellona, laureata in Storia Moderna presso l’Università di Catania, lo spiega in questa intervista.

Chi è stato il primo convertito della storia?

Giordano: Sicuramente i “primi convertiti della storia” sono stati tutti coloro che si sono convertiti al cristianesimo dopo la predicazione di Cristo. Credo che siano stati senza dubbio quegli stessi ebrei che, conquistati dalla figura di Gesù, credettero in lui.

Accanto all’opinione abbastanza diffusa che in forma schematica e antistorica riconosce negli ebrei solo il popolo che uccise Cristo, si dimentica spesso che nello stesso racconto evangelico si fa continuamente riferimento a “quanti credettero”, e invito in questo senso a rileggere il Vangelo di Giovanni, e che diventarono suoi discepoli, anche se evidentemente il messaggio cristiano venne rifiutato dai capi della comunità ebraica del tempo di Gesù.

La loro incredulità ostacolò la penetrazione di quel messaggio tra gli ebrei, ma non impedì che trovasse proprio lì i suoi primi seguaci e che da lì si diffondesse nel mondo civilizzato, vale a dire in Grecia, Turchia, Nordafrica, fino ad arrivare a Roma.

Oggi molta gente non capisce cosa significhi che San Paolo fu l’“apostolo dei gentili”. Come lo spiegherebbe a un giovane del nostro tempo?

Giordano: Molta gente non lo capisce perché spesso le Scritture sono state interpretate “dimenticando” che Gesù discendeva dalla stirpe di Davide e che era un circonciso, così come si è “dimenticato” che i primi destinatari del messaggio cristiano furono gli ebrei.

A questo proposito, negli Atti degli Apostoli (11, 1-18) c’è un episodio in cui Pietro fa un sogno nel quale il Signore gli diceva di andare a predicare in casa di un non circonciso. Vale a dire che serve un sogno ispirato da Dio per vincere le resistenze di Pietro che non voleva andare a mangiare e a predicare in casa di un uomo non circonciso.

Non si possono dimenticare, inoltre, i problemi che la comunità degli ebrei convertiti sottopose a Paolo: avevano difficoltà a comprendere che non avevano più bisogno della circoncisione per essere cristiani, né di seguire la legge mosaica per salvarsi.

San Paolo fu l’apostolo dei gentili perché annunciò il Vangelo, dopo aver realizzato i suoi primi viaggi missionari in Oriente, anche a quanti non erano ebrei, ai gentili, vale a dire ai pagani d’Occidente.

Fu il momento di maggiore apertura del messaggio cristiano che esce dalla terra che lo ha generato per proiettarsi verso il mondo, per universalizzarsi. Solo uno come Paolo, cittadino romano, di cultura greca e di razza ebraica, avrebbe potuto farlo.

San Paolo conservò il fervore della conversione fino alla morte?

Giordano: Sì. Altrimenti la sua vita non si comprenderebbe.

Quali sono le conseguenze di una conversione come quella di San Paolo, e come si applicano oggi alle nuove conversioni?

Giordano: Ogni conversione implica un cambiamento. Nella figura di Paolo, il cambiamento riesce ad essere rappresentato con una potente drammaticità, che porta con sé anche un carico simbolico di una bellezza indiscutibile: il passaggio dalle tenebre alla luce della fede si esprime attraverso il paradosso della luce che rende ciechi.

Paolo muore e rinasce, la sua cecità è un battesimo terribile e rigeneratore. La figura di San Paolo che nel cammino verso Damasco cade da cavallo è diventata una metafora di qualsiasi conversione, un topos della nostra cultura occidentale che celebra la sottomissione dell’uomo al disegno divino.

Ogni conversione continua ad essere oggi come allora un momento di cambiamento, un passaggio dalla morte a una nuova vita. Anche se, come direbbe San Paolo, è la grazia che sceglie e “predestina”, l’uomo è libero di rispondere o meno alla chiamata divina, visto che è la libertà, il suo libero arbitrio che si mette in gioco ogni volta che si relaziona con Dio.

Come dicono i Vangeli, Cristo ha voluto che la fede fosse un atto libero e quindi non soggetto ad alcun determinismo divino o ad alcuna costrizione umana.

Questa idea della religione cristiana come religione della libertà è un asse fondamentale dell’insegnamento paolino e una scuola di civiltà e umanità che dobbiamo alle nostre radici giudaico-cristiane.

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